Domenica 19 Novembre 2017  

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RICHIESTE D'ASILO: SOPRAVVIVENZA O MOTIVI ECONOMICI? di Valentina Velocci

di Valentina Velocci

ASILO, PROTEZIONE INTERNAZIONALE E TUTELA LEGALE DEGLI IMMIGRATI, QUELLO CHE C'E' DIETRO GLI STEREOTIPI DEL RIFUGIATO

Lo stereotipo diffuso sui richiedenti asilo politico è che siano dei migranti economici mascherati.
Questa situazione a sua volta genera nel cittadino ospitante la sindrome dell'invasione provocando sentimenti di ostilità, chiusura  e mancanza di consapevolezza.  La strumentalizzazione operata così da una certa parte della politica, attecchisce nella mente di chi ignora e che si affida al "si dice...".
Per avere consapevolezza del fenomeno occorre conoscere i dati e come viene gestito il problema in Italia, solo in questo modo si può avere un quandro più chiaro della situazione. 
Ciò che ormai è evidente è che per risolvere il problema serve una soluzione non solo italiana o europea ma mondiale.
Con il termine rifugiato si indica una particolare categoria di migrante forzato ad emigrare dal proprio paese d'origine a causa di persecuzioni per motivi politici, religiosi o perchè hanno subito violenze inaudite quindi fuggono per paura di morire.
Queste persone costituiscono una categoria giuridica diversa da quella dei migranti per ragioni economiche e soprattutto il loro fine ultimo è tornare un giorno nel loro paese.
Il diritto internazionale riconosce il diritto d'asilo come una particolare categoria di diritto e cioè come diritto umano.
Il diritto di fuggire dalle persecuzioni prevale quindi sul diritto dello Stato di difendere i propri confini.
Ma come possiamo riconoscere un cittadino che richiede asilo da uno che si sta mentendo? secondo la normativa vigente basta l'espressione di terrore nel viso del richiedente per riconscergli questo diritto.
L'Italia, ancor prima che la Costituzione internazionale affrontasse e regolarizzasse la legislazione in merito al diritto di asilo, lo includeva nella sua costituzione già dal 1947.
L'Italia, uscita da vent'anni di fascismo e da una guerra mondiale, non avrebbe più lasciato che l'asilo politico fosse completamente affidato all'immunità concessa dal sovrano ai luoghi sacri; l'asilo diveniva un vero e proprio diritto e perciò doveva essere garantito dalla Repubblica.
Se per una volta sembrava che la Storia fosse stata così fatale da lasciare un segno indelebile, se per una volta sembrava che si potesse imparare da essa a scandire a chiare lettere un diritto imprescindibile all'asilo politico nel nostro Paese; anche questa volta fu presto dimenticata.
Da questo momento in poi si aprì un silenzio noramativo che perdura tutt'oggi; dopo 65 anni l'articolo 10 della Costituzione italiana, comma 3 il quale recita:" Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge", non ha ancora trovato applicazione attraverso una legge organica atta a garantire tale diritto.
La problematica del diritto d'asilo va così ad intrecciarsi con le vicende della più generale disciplina sulla condizione dello straniero in Italia, la quale negli ultimi 20 anni ha subito una serie di interventi normativi iterativi, settoriali e confusi, spesso dovuti a contingenze emergenziali e dettati da un intento tutt'altro che garantista di accoglienza e di difesa del diritto costituzionale, ma al contrario frutto di un immaginario collettivo non sempre dedidito all'ospitalità.
In Italia la questione del diritto d'asilo assume perciò una contraddizione: da un lato, quella del richiedente asilo è l'unica figura con esplicita connotazione costituzionale, per la quale è previsto un diritto d'asilo come diritto soggettivo perfetto, dall'altro lato notiamo la perdurante assenza di una disciplina legislativa in materia.
Secondo uno studio condotto dall'agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati UNHCR, intervenuta in occasione della tavola rotonda su " Asilo, protezione e tutela legale degli immigrati" svoltasi lo scorso 14 aprile 2015 presso l'Università di Tor Vergata e dove sono intervenuti rappresentanti di varie istituzioni come il Prefetto Trovato della Commissione nazionale per il diritto d'asilo e l'avv.to Paolo Iafrate e Roberto Maria Meola rappresentanti dell'ordine degli avvocati, sono stati individuati alcuni aspetti che riguardano in particolare i richiedenti asilo.
Il primo aspetto riguarda la misura del reinsediamento, l'80%  dei rifugiati si trova nei paesi considerati del "terzo mondo" ovvero in quei paesi non industrializzati mentre in quelli cosidetti "industrializzati" sembra permanere solo 1/5.
Il motivo di ciò è spesso economico, i rifugiuati non hanno sempre modo di raccimolare soldi per poter affrontare le spese del viaggio e soprattutto la maggior parte di loro vorrebbe tornare nel proprio paese d'origine in futuro. Nei paesi del "terzo mondo" non riescono ad integrarsi e i paesi industrializzati attraverso le organizzazioni come l'UNHCR cercano di offrirgli assistenza e supporto all'integrazione. L'altro aspetto riguarda il rimpatrio assistito con un monitoraggio che assicuri che al rientro siano protetti  .
L'altro ente che in Italia si occupa di questa problematica è il Ministero degli Interni attraverso delle commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale.
A differenza di altri paesi dell'Unione europeea, dove il sistema che valuta le richieste di asilo da parte dei rifugiati è accentrato ovvero vi è una solo commissione che valuta le richieste spesso collegata all'ente che deve rilasciare l'autorizzazione, in Italia ci si basa sul principio di sussidiarità e collegialità.
Il principio di collegialità prevede che ogni volta si debba decidere della vita di una persona vi sia un collegio a decidere.
Il collegio è composto da vari organi rappresentanti di enti differenti come enti locali, rappresentanti dell UNHCR, della Polizia di Stato, dell'Ambasciata e del Consiglio dei Ministri.
La conseguenza di questo modo di operare è che i provvedimenti di impugnazione negli altri stati dell'Unione europea che non adottano questo principio di collegialità, non passano al vaglio di una giurisdizione collegiale ma di un giudice ordinario.
Il principio di sussidiarità prevede che le commissioni siano allargate al territorio. In effetti in Italia vi sono 40 commissioni dislocate su tutto il territorio e concentrate soprattutto nelle aree dove è più forte la richiesta di asilo come Roma e Sicilia ad esempio.
Nel 2013, dai dati diffusi dal  Ministero dell'Interno, vi sono state 26.620 richiedenti che nel 2014 sono lievitate a 64.884.
Ci si chiede: nonostante il tentativo di approccio al problema in un modo imparziale e corretto grazie a l'uso delle commissioni, qual'è la realtà dei fatti? come sta affrontando l'Italia questa situazione?
L'Italia non nasce come paese d'asilo ma lo è divenuto negli ultimi anni. Dopo le Primavere arabe si è di nuovo registrato un aumento delle richieste d'asilo.
Le questioni urgenti che emergono riguardano vari aspetti come la gestione dei confini italiani come confini dell'Unione europea.
L'Italia è stata spesso accusata dall'Europa di attirare i migranti a causa delle operazioni di salvataggio che, a parer loro, incentivano l'arrivo di nuovi migranti. Questa accusa sterile e priva di soluzioni non costituisce una risposta. Vi è l'esigenza di realizzare dei corridoi umanitari, di strutturare maggiormente il sistema di accoglienza dei richiedenti protezione, di essere più flessibili entro le commissioni territoriali e di fare proprie le prassi che vengono dagli altri paesi membri come ad esempio la Germania.
Finora la risposta dell'Europa al problema è stata più burocratica che politica attraverso la firma negli anni di vari trattati che hanno portato a fornire  direttive  sulla gestione "parziale" del fenomeno.
In Italia ad esempio, sono stati creati dei centri per la detenzione o il trattenimento dei rifugiati in strutture di prima accoglienza come i CARA (Centri Accoglienza Richiedenti Asilo) che ospitano i migranti in attesa che si concluda la procedura per ottenere la protezione internazionale e i CIE( Centri di identificazione ed Espulsione) ovvero centri di detenzione amministrativa per gli stranieri senza permesso di soggiorno colpiti da un decreto di espulsione emesso dal prefetto. In aggiunta a questo vi sono stati governi che hanno creato delle leggi ad hoc per aggirare i diritti dei rifugiati.
Su 10 centri di accoglienza in Italia solo 5 sono funzionanti e sono quelli di Roma, Torino, Bari e Mineo in Sicilia.
La situazione dei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) è grave in quanto i richiedenti asilo non sono solo nei CARA (Centri Accoglienza Richiedenti Asilo) ma anche nei CIE.
Tra questi centri non vi è uno scambio di dati e quindi una tracciabilità delle persone che arrivano. La registrazione e identificazione si ripete ogni volta che il migrante accede ad una di queste strutture. Per non parlare della complessità normativa, la materia è argomento di più ambiti: civile, penale e amministrativo.   Da quello che emerge dai rappresentanti dell'Ordine degli Avvocati che difendono i rifugiati è una situazione imbarazzante, non si riesce a dare un'adeguata assistenza legale propio per la mancanza di chiarezza normativa da chi dovrebbe rappresentare lo Stato.
Nelle pubbliche amministrazioni, come ad esempio nei municipi e nelle circoscrizioni non vi è alcuna preparazione per dare indicazioni utili e soprattutto manca la volontà di voler aiutare queste persone per indirizzarle nel modo appropriato così vengono inviati da un ufficio all'altro in balia di se stessi.
Accade quindi che il migrante, in questo caso il richiedente asilo, non sa dove andare e non sa cosa può esercitare come diritto, spesso l'unica via possibile appare quella criminogena.
In conclusione, le emergenze da affrontare con tempestivtà sono quelle legate non tanto alla prima accoglienza dove l'Italia sembra essere abbastanza preparata ma la questione spinosa dell'integrazione. La mancanza di regole chiare rischia ormai di far esplodere la situazione. E' necessario ripartire dalla legislazione e riscrivere delle norme adatte a rispondere al problema. Dotare i centri di accoglienza citati  come i CIE e i CARA di personale adeguatamente formato e in grado di offrire un servizio coadiuvante l'integrazione.
Più controllo sulle strutture private che mettono a disposizione il proprio spazio per accogliere i rifugiati spesso lucrando sugli ospitanti attraverso l'impiego degli stessi come mano d'opera a basso costo o attraverso l'incasso dei proventi che a loro sarebbe destinato.
A livello economico come di consueto, i soldi per far fronte in parte alla questione ci sarebbero ma non vengono gestiti bene.
Quanto ancora dovremmo attendere per avere una risposta concreta a queste urgenze? rimandiamo la domanda alle istituzioni non solo nazionali ma internazionali con l'auspicio che si intervenga quanto prima in una situazione ormai ingestibile e che non può più essere rimandata.

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