Domenica 19 Novembre 2017  

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DOPO IL CASO LUPI, GLI STRALI DELLA BCE E LA RIPRESA INCERTA ELEZIONI PIÙ VICINE di Brunetto Fantauzzi

Preparatevi, le elezioni anticipate si avvicinano. Proprio così: nonostante le dimissioni di Maurizio Lupi, anzi, per via di quella sua uscita “spintanea” dal governo. Ma, attenzione: azzardiamo questa previsione non perché Renzi e il suo esecutivo si siano indeboliti, bensì per il motivo opposto. Immaginiamo che l’affermazione colga di sorpresa i nostri lettori, inondati dal fiume di retorica, alimentata dallo stesso (ex) ministro, per cui della vicenda si sarebbe cercato l’epilogo che consentiva di evitare una crisi politica. O, ancor più, che la scelta “personale” di Lupi avrebbe comportato un “rafforzamento” del governo. Tuttavia, se si esaminano con freddezza questa e altre circostanze, si vedrà che la nostra ipotesi ha una sua fondata ragion d’essere.

Partiamo dalla rinuncia “apparentemente volontaria” di Lupi. È evidente che dalla vicenda l’Ncd – già diviso tra neo-renziani, centristi indefessi e riconvertendi su Berlusconi – è uscito letteralmente massacrato. Hai voglia di evocare il senso di responsabilità: tra silenzi imbarazzati (e imbarazzanti) e difese a dir poco inefficaci, agli occhi degli italiani anche più disattenti Lupi è apparso abbandonato al suo destino (giusto o sbagliato che fosse) tanto da Alfano e colleghi, quanto da Renzi. E ciò non fa che contribuire ad accentuare la percezione del declino politico, forse definitivo e irreversibile, del raggruppamento centrista. Ora questo rafforza Renzi, ma rende la sua maggioranza, cioè quel che resta delle “larghe intese” prodotte dalle inconcludenti elezioni politiche di due anni fa, un non senso. E, se ci pensate bene, entrambe le cose, Renzi più forte e la maggioranza di governo più debole (per non dire inesistente), vanno nella direzione di rendere probabile e vicina la fine anticipata della legislatura. Perché, come ha osservato acutamente Francesco Damato su Formiche.it, Renzi, ottenendo le dimissioni di Lupi attraverso ciò che Luciano Violante ha definito “uso immorale della questione morale”, ha buttato ulteriore diserbante sull’area elettorale del centrodestra, ben sapendo che costringere gli italiani che ne fanno parte a dover scegliere tra Salvini e lui – cioè il nuovo schema bipolare che si va profilando – aumenta enormemente le possibilità che il voto vada al Matteo moderato. Tanto più se quest’ultimo, nel frattempo, sarà riuscito a liberare il Pd dai massimalisti, inducendoli a unirsi, magari nel nome di Tsipras, a quelli che già sono alla sinistra dei Democrats.

Ma c’è anche un altro motivo per cui riteniamo che le elezioni si avvicinino: la ripresa economica. E, non sembri paradossale, ciò vale tanto che la si ritenga già iniziata, o comunque alle porte, quanto che la si veda ancora lontana. Partiamo dalla lettura renziana della congiuntura, quella ottimistica. Il presidente del Consiglio sa bene che c’è un unico metro di giudizio che gli elettori useranno per decidere se concedergli o meno il consenso: la svolta in economia. Dopo oltre sette anni di crisi, tra recessione e deflazione, in tutti c’è il desiderio di vedere concretamente che siamo tornati a crescere, di percepire che il peggio è alle nostre spalle e che possiamo guardare con fiducia al futuro. Sa anche, Renzi, che non basta raccontarla, la ripresa: gli italiani vogliono toccarla con mano. Dunque i timidi segnali di risveglio che, al di là della narrazione, ci sono e si vedono, potrebbero essere nello stesso quanto basta o troppo poco per mettere elettoralmente all’incasso la ripresa in tempi brevi. Già, cosa pensa Renzi? I sondaggi lo incoraggiano, ma valgono quel che valgono. Dunque, la valutazione deve farla mettendo a confronto quello che è la percezione di oggi con quella che si può presumere sarà domani. Ed è facendo questa comparazione che noi, se fossimo al posto del giovane Matteo, opteremmo per le urne a breve. Perché se è vero che più il tempo passa e più la crescita dovrebbe consolidarsi, è altrettanto vero che le previsioni – quelle vere – ci assegnano niente di più che un misero “zero virgola”. Per l’esattezza lo 0,6% di incremento del pil nel 2015, che è meno della metà di quanto si stima crescerà la ricchezza nell’eurozona. Ora, va notato che le previsioni che ci riguardano sono migliorate rispetto a quelle di qualche mese fa, ma va notato anche che quelle sulla media dell’euroclub hanno fatto registrare un incremento decisamente maggiore. Ergo, la ripresa in Europa c’è – soprattutto grazie a petrolio basso, euro debole e alle misure di politica monetaria della Bce – ma a noi ci riguarda meno degli altri, perché i difetti strutturali della nostra economia non sono stati per nulla eliminati, a cominciare dal riequilibrio dei conti pubblici. Tanto che la Bce si è presa la briga di ricordare, facendo scoppiare un vero e proprio “caso politico”, che per l’Italia “continua ad esservi un notevole scostamento dallo sforzo strutturale richiesto nell’ambito della regola del debito” e che la Ue avrebbe deciso di non aprire una procedura di infrazione per deficit eccessivo nonostante “l’insufficiente risanamento”. E questo perché necessitiamo di “ulteriori riforme per accrescere il prodotto potenziale”. Senza le quali, aggiungiamo noi, nel 2016 si rischia che scattino le clausole di salvaguardia imposte da Bruxelles, il che si tradurrebbe in un aumento pesante di tasse. Una cosa che gli italiani non perdonerebbero, a Renzi come a chiunque.

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