Domenica 19 Novembre 2017  

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IL MONDO A UNA SVOLTA - INTERVISTA CON FOAD AODI di Martina Oddi

Scenari di cambiamento nel quadro della polveriera libica e limiti della politica internazionale per risolvere il focolaio palestinese, mentre l'Europa parla di profughi.

Dopo l'importante accordo sul clima raggiunto a Parigi, la politica internazionale festeggia un altro traguardo. E la Libia saluta il nuovo giorno con una firma storica che mette d'accordo le due rappresentanze governative di Tobruk e Tripoli, siglata in Marocco ieri alla presenza della diplomazia internazionale. Se molti esprimono perplessità sulla tenuta di quello che sarà il nuovo esecutivo, la prodigale azione dei diplomatici per la soluzione della crisi libica stride con la latitanza della comunità internazionale nella risoluzione della questione palestinese, di cui l'Intifada dei coltelli è l 'ultima pericolosa esasperazione. Intanto l'Unione Europea cerca di risolvere in mezzo agli attriti e a slanci di buona volontà il nodo cruciale dell'accoglienza dei profughi, puntando su cinque issue fondanti: gli Hotspot - centri di prima accoglienza in cui sottoporre i richiedenti all'identificazione anche forzosa tramite le impronte digitali - il ricollocamento dei profughi nei paesi dell'unione in base alle quote - che nella formulazione di numeri stringenti e fissi e' stata contestata anche dal premier inglese Cameron, oltre che dal blocco dei paesi dell'est guidati dall'Ungheria - il mutuo riconoscimento - ovvero la libera circolazione del rifugiato nei paesi membri una volta identificato - e infine la lista dei paesi sicuri, che indicherebbe quali sono i paesi a rischio alla cui popolazione concedere asilo - con la conseguente discriminazione, dicono molti, tra profughi di serie A e di serie B.

Come si può arrivare a una reale intesa nell'accordo sui migranti?

Occorre andare oltre le quote: tutti i paesi devono assumersi una responsabilità uguale. Noi come CoMai abbiamo proposto una legge europea, perché il fenomeno da affrontare non può essere gestito solo da un due o tre paesi, come Malta, Italia e Grecia che si trovano in prima linea, ma seguendo due binari collegati. In primo luogo attivando politiche di integrazione e convivenza pacifica per prevenire fenomeni di crisi di identità e culturale della seconda e terza generazione di immigrati - per evitare quello che è accaduto in Canada e Francia a causa della ghettizzazione e delle separazioni del multiculturalismo. In secondo luogo affrontare l'emergenza mondiale senza egoismi, personalismi ne' nazionalismi, consapevoli che la storia si compie oggi come ieri, e quello che investe oggi i paesi arabi ieri riguardava Berlino. Noi siamo contro i muri e per i ponti, per il sostegno sanitario ai profughi, senza mai abbassare la guardia sulla prevenzione dell'Isis, nemico comune insieme  al franchising del terrore dei lupi solitari, combattuti con i mezzi dell'istruzione, della cultura e della politica. Nei nostri progetti buona sanità, immigrazione e istruzione tutto l'impegno per il dialogo interreligioso utile a prevenire il gioco dell'Isis.

Perché il cambiamento nel processo di accoglienza fa paura all'Europa? Come cambiano gli equilibri tra l'EU e i paesi di frontiera come Italia, Grecia e Ungheria?
Su che si basa lo scontro tra la Cancelliera e il premier Renzi?

Quello che sta accadendo e' la conferma che l'Unione non ha in agenda una politica estera forte e unitaria, prestando il fianco a nazionalismi e personalismi dei leader politici europei che impostano la loro politica estera in base al consenso elettorale interno. Non c'è una politica estera qualificata ma si da' spazio al puro calcolo elettorale a misura del consenso interno. Questo indebolisce l'Europa, i paesi dell'Euro blocco non hanno una corretta posizione sui migranti e dimenticano che anni fa erano loro a chiedere aiuto. La Germania ha sempre fatto una politica ambigua con i siriani, alternando aperture e chiusure. Concordo con Renzi quando dice che è necessaria una posizione d'equilibrio tra i paesi dell'euro zona, evitando di dare adito a una politica estera targata  Francia o Germania.

Oggi che la crisi libica ha una soluzione politica, i flussi migratori dall'Africa saranno più regolati? Questo accordo garantirà una reale governabilità del paese africano?

È' un passaggio indispensabile, quello della stabilizzazione della Libia, considerato il pericolo che avanza dal paese a causa dell'ingresso dell'Isis che occupa Sirte. E' uno step importante, nessuno può sapere come andrà in futuro ma occorre inserire nell'agenda internazionale una politica programmata dell'Unione, come ha fatto  Gentiloni per l'Italia, per assistere la transizione e per colmare questo vuoto politico di cui ha approfittato l'Isis dopo l'attacco della Francia alla Libia. Non si può immaginare che una firma plachi una guerra civile e le divisioni etniche: la situazione è superabile solo con una politica estera determinata, consapevole. Non di facciata.

La diplomazia internazionale si è attivata in modo massiccio per risolvere la questione libica. Perché non si fa lo stesso per la crisi palestinese? Di chi è ostaggio Gerusalemme?

La questione palestinese e' madre di tutte le battaglie, mai presa sul serio. L'errore dei palestinesi e' quello di essere divisi, lo dico come autocritica costruttiva, i palestinesi non sono uniti. Ma la questione non si risolverà se non si attuerà con concretezza la costituzione di due stati per due popoli. L'unica potenza mondiale che può incidere sulla risoluzione di una guerra infinita sono gli USA, ma a causa degli errori degli ultimi anni in Afganistan e Iraq, oggi l'America fa un gioco di rimessa senza intervenire come faceva con Clinton e Bush. Sta solo a guardare perché il danno in termini di immagine, ma anche economico e militare, con cui ha pagato il suo interventismo e' molto grande. La Palestina ha bisogno di uno stato indipendente e libero. Oltre tutto Gaza versa in una situazione tragica a livello sanitario. L'indipendenza della Palestina e' anche una garanzia per Israele: occorre che le due comunità imparino a convivere per questa pace che non arriva mai. Eliminando l'alibi dei leader estremisti che strumentalizzano la questione, giustificando nel nome della sua soluzione il terrorismo. La mia posizione come CoMai e' di ottimismo per la Libia e per l'importante conquista delle donne del diritto voto in Arabia Saudita: speriamo siano piccoli passi per il prossimo passo gigante che porti ad archiviare divisioni e conflitti in Medio Oriente.

La comunità civile libica si è schierata a favore del nuovo accordo, con il contributo fondamentale delle donne del paese, e il rifiuto della guerriglia tra fazioni, dell'instabilità e del disordine hanno portato a una reazione materializzata nella storica firma. Alcuni stati dell'UE come la Germania e l'Austria hanno aperto le frontiere e dimostrato che la percezione della necessità della solidarietà e la consapevolezza dell'urgenza dell'accoglienza sono maturate in fretta negli ultimi mesi a livello istituzionale, anche sfidando le strumentalizzazioni politiche e la reticenza dei partiti. Anche le comunità israeliana e palestinese anelano alla pace e alla prosperità e sono pronte alla svolta, ma sono in balia delle priorità dello scacchiere internazionale che allontanano gli sforzi delle diplomazie dalla loro terra e vanificano gli appelli autorevoli per la ricerca di una composizione del conflitto.

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