Domenica 19 Novembre 2017  

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ISRAELE, ISRAELE...

di Serena Forni

Quando sono usciti i primi exit poll, quasi ci abbiamo creduto.
Creduto che Israele si rappresentasse al voto come un Paese normale.
Un Paese dove centro-destra e centro-sinistra sono quasi pari. Un Paese fotografato dal voto come equilibrato nelle sue componenti. Rappresentate bene le comunità arabe, rappresentate bene le istanze religiose, imprescindibile in questa terra, davvero santa.
Rappresentate bene le istanze delle giovani famiglie, in cerca di più solidità economica. Rappresentate bene le preoccupazioni, più che motivate, per dei vicini sempre più ostili e per un’area sempre più critica, di molta parte della popolazione. Un Paese, però, che ha più voglia di politica che di guerra.
Invece, verso le 9 e mezza ora italiana, arriva un tweet di Netanyhu: “Abbiamo vinto”.
Un tweet che ha spiazzato tutti, in anticipo.
Spiazzato anche, e forse più di tutti, il Presidente Reuven Rivlin, che aveva poco prima rilasciato un’importante dichiarazione, appena gli exit poll si orientavano su un testa a testa fra il Likud e la Coalizione di Herzog. 27 seggi a testa.
Il Presidente Rivlin si era affrettato a invocare un “governo di unità nazionale”, per evitare una “preoccupante disgregazione democratica di Israele”. Allearsi con Herzog, insomma. Proprio quello che Netanyahu aveva sempre espressamente escluso e in tutti i modi rifiutato.

Un clima ostile al governo uscente si respirava nei giorni immediatamente prima del voto. I sondaggi davano Herzog avanti di diversi punti sul Likud.
Obama che sotto sotto tifava per la sinistra della Coalizione.
Invece il Likud di Bibi Netanyahu ha recuperato nelle ultime 48 ore. Grazie al più tradizionale porta a porta. Capillare. Grazie alle ultime dichiarazioni, avvertite in Occidente quasi come delle sparate. E cioè :”Con me al governo mai uno Stato Palestinese”.
E alla fine ha vinto lui. Ha rimontato e ha vinto nettamente. E nettamente ci sarà, fra due o tre settimane, in Israele, un governo di destra-centro. Fondamentale sarà l’appoggio di Focolare Ebraico di Bennet, e dei partiti ultrareligiosi come Shas. Sì a nuovi insediamenti, no allo stato Palestinese.
Gerusalemme città ebraica, punto.

E così siamo da capo, se non peggio. Israele non sarà un Paese normale, nemmeno stavolta. Forse la sua “eccezionalità” è da accettare e basta.
Però qualcosa è innegabilmente cambiato. Qualcosa di strutturale, sia all’esterno di Israele, sia all’interno.
All’esterno, è cambiata la percezione verso questo Stato, sia da parte degli alleati occidentali, più freddi, sia da parte dei nemici storici, che hanno derubricato la questione Israele-Palestina, decisamente meno rilevante nelle dinamiche tragiche che attraversano il mondo arabo e islamico di oggi.
All’interno, le liste arabe, finalmente unite, sono divenute la terza forza del Paese.
Gli israeliani di origine araba hanno assunto la loro cittadinanza in modo finalmente maturo. Si impegnano sul tavolo politico e sociale, superando rivalità interne e archiviando anni di guerra e rifiuto.
E questo, va detto, anche grazie a Rivlin. Uno dei punti fermi della sua presidenza, è sempre stato questo, il recupero alla vita politica e sociale della popolazione araba di Israele.
E Abu Mazen che farà? “Andiamo avanti da soli”, ha dichiarato questa mattina. Speriamo invece che avanti con lui vadano in tanti, fuori e dentro la comunità palestinese.

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