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NERO A META': ULTIMA DATA A NAPOLI DI PINO DANIELE. INTERVISTA A TULLIO DE PISCOPO di Heather Iermano

Quando ho calpestato il pavimento dei camerini del Palapartenope Pino Daniele era ancora tra noi. Non potevo immaginare che quindici giorni dopo la sua voce si sarebbe spenta in una notte.

Durante le prove dell'ultima data a Napoli del tour “Nero a metà” di Pino Daniele, ho rubato l'attenzione e il “Tempo” del Maestro Tullio De Piscopo, il quale si è concesso senza riserve donandoci una preziosa intervista.

 

 

Napoli Centrale, Pino Daniele, cosa vi ha uniti e cosa vi unisce ancora?

Un grande amore. La nostra gioventù, la nostra spensieratezza, i nostri occhi che all'epoca erano sempre iniettati di sangue. Gli occhi di tigre che avevamo, la voglia di fare, l'amore. Per me è Pino Daniele è amore, è l'amore universale.

 

Gli anni '80 erano gli anni d'oro per la musica a Napoli, erano gli anni giusti. Ora invece, cosa c'è a Napoli? E in Italia?

 Adesso musicalmente c'è poco. Ci sono dei giovani bravi, però non riescono a trovare una giusta collocazione e questo perchè Napoli offre poco, ci sono pochissimi spazi. Anche perchè non c'è la possibilità di documentare attraverso dei supporti magnetici quello che questi ragazzi veramente sanno fare, diventa sempre più difficile poter registrare un disco che resta poi documento.

 

Tullio De Piscopo, grande batterista, cantautore e celebre percussionista italiano, da qualche tempo anche scrittore.

Come nasce il tuo approccio alla scrittura e la voglia di scrivere un libro?

È da tanti anni che gli amici, i fans, i musicisti, volevano aneddoti, aneddoti di questa lunga carriera, cinquantacinque anni di musica. Volevano sapere, mi dicevano: “Devi scrivere un libro”. Ma noi siamo pigri si sa, non ho mai trovato il tempo di prendere la penna in mano. Poi però nella vita arrivano anche le batoste, le dure prove. La mia dura prova è sta la vita. Mi è venuto a trovare un brutto male, ma grazie alla Madonna e all'amore della mia famiglia sono riuscito a sconfiggerlo. Avevo tenuto tutto nascosto, tutto dentro. Però sai, è un groppone che ti rimane sullo stomaco e quindi attraverso le pagine del libro ho voluto gridare. Ho gridato la mia vita, la verità, quello che mi è successo, includendolo nella storia della mia vita. È stato come una sorta di liberazione, però è stato anche un passo che dovevo fare verso tutti gli amici che mi chiedevano da sempre di scrivere un libro, che tra l'altro sta andando molto bene e ne sono orgoglioso.

 

Il tuo libro si chiama “Tempo! La mia vita”, questo che tempo è secondo te?

Questo è un tempo in cui non sorridiamo più. Quindi dobbiamo trovare il tempo, millesimi di secondi per regalare un sorriso ad un altro. Regalare un sorriso è la cosa più saggia che si possa fare per noi stessi. Pensate che esistono dei tirchi che sono talmente tirchi che non ti regalano neanche un sorriso, eppure non costa niente, zero. Il tempo, il nostro tempo. “Non ho tempo”, “Andiamo? ...No, non ho tempo”. Io adesso voglio recuperare il tempo che ho perso, il tempo che non ho dedicato alle mie figlie quando ero giovane, perchè la nostra testa quando si è giovani spazia da altre parti. Quindi io voglio recuperare quel tempo perduto, quel tempo che non ho dedicato alle mie figlie, dedicando il tempo ai miei quattro nipotini. Quindi il nostro spazio è il nostro tempo.

 

So che da anni ti dedichi all'insegnamento, cosa ami di questo mestiere?

Insegnare è bello perchè io do ai ragazzi l'esperienza, che loro chiaramente non possono avere essendo giovani. Però loro mi danno molto, c'è questo interplay, questo scambio incredibile ed è molto bello, se lo si fa con amore riesci a prendere molte cose da loro.

 

Quale consiglio non ti stanchi mai di ripetere ai giovani che ti seguono e ti stimano?

Il consiglio più importante è quello di non usare nessuna droga, mai. E di essere onesti, sempre, andare a letto la sera liberi da qualsiasi dubbio.

 

La tua passione per la musica nasce da bambino, chi ha sostenuto i tuoi sogni durante il corso della tua vita?

Io ho fatto veramente tutto da solo, ma io penso che chi mi ha sostenuto davvero è stato mio fratello Romeo. Morì nel '57 quando io avevo quindici anni e lui ne aveva ventuno. Tutt'ora quando suono non mi sento mai solo, c'è sempre qualcuno con me perchè a quanto dicono lui era un grandissimo batterista ed io ho cercato di fare tutto quello che lui avrebbe fatto sicuramente molto meglio di me, cioè portare avanti sempre il suo nome.

 

Tu ti sei trasferito a Milano per cercare successo, fortuna, lavoro, futuro. Credi che i giovani d'oggi debbano per forza emigrare per crearsi un domani?

Sì, è chiaro. Per un artista che vuole intraprendere la carriera del musicista, del cantante, non si può pensare di rimanere nel proprio paese o paesino. Non si può stare ancora sotto la veste, la gonna della mamma che ti prepara lo spaghetto. Si devono fare dei sacrifici, sognare quel sapore della mamma, desiderarlo. Questi sono i sacrifici che uno fa, andare in giro, farsi ascoltare. E se non ti ascoltano ti fermi, gridi, fai qualcosa e chiaramente devi avere tutte le carte in regola per poter gridare.

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